venerdì 3 maggio 2013

Insulti da un prete cattolico razzista: “C’era bisogno di un ministro di colore?”



Quando abbiamo letto questa notizia su Il Fatto Quotidiano abbiamo rabbrividito, poi ci siamo incazzati, poi ancora ci siamo calmati perché quanto sotto (sempre senza generalizzare) conferma il fatto che tra chiesa vaticana ed insegnamenti cristiani ci sia un abisso.


I fatti dicono che, il sacerdote sardo Alessandro Loi ha attaccato su Facebook il nuovo ministro dell'Integrazione Kyenge, convinto che "mischiare le razze può essere pericoloso". Poi i suoi profili online sono stati oscurati. Tutto è partito da un articolo di Magdi Allam dal titolo: "Quella nomina razzista intrisa di buonismo". l repulisti virtuale forse non basterà, visto che i post razzisti hanno creato scompiglio e non solo sulla Rete. Non è stata una svista online quella di don Alessandro Loi, 65 anni, curato di un piccolo paese Sardo. Dopo gli insulti del leghista-razzista-nazista Mario Borghezio e quelli di un "prof" universitario in pensione, Pietro Melis, già condannato per antisemitismo, arrivano anche quelli di un pastore di anime (povere loro….). Dai suoi due profili Facebook, che ora sono inaccessibili, il prete ha ripetutamente aperto e rilanciato una discussione sull’opportunità della nomina del neoministro con tono tutt’altro che velato: “C’era bisogno di un ministro di colore?”. E via sulla stessa linea tra una foto con tabernacolo e sguardo ispirato e uno zoom sul ricamo dell’abito talare: “Il ministro sogna un’Italia di immigrati, noi un’Italia di italiani. Mischiare le razze può essere pericoloso!”, ribadisce. Un attacco che prende spunto dalla pubblicazione di un link a un articolo online del Giornale firmato da Magdi Cristiano Allam, dal titolo “Quella nomina razzista intrisa di buonismo”, in cui il politico definisce la nomina di Cécile Kyenge “un atto di razzismo nei confronti degli italiani”. Un articolo che Loi aveva commentato con alcuni slogan (“Dobbiamo mantenere un po’ di rispetto. Prima gli italiani!”, ad esempio). Con buona pace della cittadinanza reale del neoministro. La vicenda è stata riportata dalle pagine del quotidiano L’Unione sarda e aperta (fino a stamattina) a tutti gli utenti, fedeli e non, che con numerosi commenti hanno animato le due pagine. Poi, il vuoto. O meglio, i due account pubblici (uno aveva superato addirittura i 5mila contatti) non sono più visibili. Impossibile quindi scrivere un messaggio e rileggere le frasi accusate di razzismo. E mentre la diocesi ufficialmente non parla (as usual…), online scompaiono le tracce delle dichiarazioni. Don Loi si è sempre definito “tradizionalista”: da novembre celebra la Messa secondo il vecchio rito della Chiesa cattolica, ovvero dando le spalle ai fedeli, e si rifiuta di dare la comunione nelle mani. “Non siamo protestanti!”, ha scritto sul profilo del social network. La sua passione per il web, e una certa risonanza mediatica è ben nota, tanto che è possibile seguire le sue celebrazioni sull’apposito canale Youtube dedicato alla parrocchia di Sant’Elena (e chi se le perde!). Tra i tanti commenti che si potevano leggere fino a poche ore fa c’era chi dava supporto al parroco e si auspicava altre simili prese di posizione e chi invece ricordava il principio base dell’amore cristiano, dell’accoglienza e attaccava duramente le uscite dell’uomo di Chiesa definite comunque da don Loi “personali”. Altri lo ritengono “indegno dell’incarico”, ma non sono mancate neanche segnalazioni alla Curia e bagarre tra sostenitori e contestatori. Don Loi rivedica il diritto di intervenire sulle questioni “politiche” e sulle “opportunità”, di proclamare le idee e il “patriottismo”. Eppure, proprio nel suo territorio c’è un collega di colore, Floribert Kiala originario del Congo e viceparroco a Tortolì: il quale si è detto sorpreso e amareggiato dalle dichiarazioni di Loi, definite “vergognose”. Ma per tutti oggi è il giorno del silenzio, almeno online. 

Ci aspettiamo tutti che il Vaticano dica qualcosa? Illusi….non hanno mai detto niente neanche dell'Olocausto, figuriamoci per una "piccola", "insignificante" e razzista presa di posizione! 

Se solo tutti i preti in circolazione fossero come Lui.....







Il sindaco di Milano Pisapia aiuta i nazi-fascisti!

A margine della manifestazione fascista del 29 Aprile a Milano (quasi una presa in giro per tutti noi!!!) ci avevamo sperato fino all’ultimo, ma nessuna presa di posizione è arrivata dal sindaco. «La giunta Pisapia fa sapere che rispetterà le decisioni della questura», si è solo letto, il giorno prima, in uno scarno comunicato stampa. Peccato che la stessa giunta nulla abbia fatto per modificarle. Eppure si erano mossi in tanti per chiedere il divieto di una manifestazione apologetica del fascismo e per sollecitare il sindaco a pronunciarsi. Lettere e richieste di un incontro erano state recapitate. I suoi collaboratori erano stati più volte contattati. L’unico risultato è stato il silenzio. Un comportamento, nel migliore dei casi, scortese. Ma il punto non sta qui. Lunedì scorso a Milano sono sfilati quasi 700 camerati, in fila per cinque, con passo militare, saluti romani, e innumerevoli bandiere con la croce celtica. Un simbolo che è vietato in Italia dalla legge Mancino del 1993, che sanziona l'utilizzo di vessilli di organizzazioni e movimenti che istigano all'odio razziale. Un caso quasi unico in Europa dove, a oggi, nei principali paesi simili eventi non vengono tollerati.
Ma per Giuliano Pisapia è come se non fosse successo nulla. Sui blog e nei forum dell’estrema destra milanese viene ormai considerato come il sindaco che in questi anni ha garantito loro più spazi, con banchetti e gazebo in pieno centro. L’ultimo quello del 10 aprile scorso di Lealtà e azione, ovvero gli Hammerskins, in piazza San Babila. Peggio della Moratti? Sembrerebbe, stando ai fatti. Proviamo invidia per città come Colonia, in Germania, dove solo qualche anno fa il sindaco Fritz Schramma della Cdu (!) chiamò i propri cittadini alla mobilitazione contro un raduno europeo di estrema destra o, per rimanere in Italia, per Napoli dove Luigi de Magistris ha chiesto e ottenuto il divieto di una manifestazione nazionale di Casa Pound, ribadendo che la sua amministrazione non consentirà mai avvenimenti del genere. Con tutta evidenza altri sindaci.
Sono passati solo due anni dall’elezione di Pisapia e indubitabilmente si è sgonfiato l’entusiasmo che lo aveva portato a Palazzo Marino. Dei suoi “comitati arancione” si sono perse le tracce. Dovevano affiancarlo con proposte, interventi e una sistematica mobilitazione a partire dalle periferie. Anche da loro nulla sull’antifascismo. Scommettiamo che si rifaranno vivi alla vigilia delle prossime elezioni. Possiamo solo dire che ce ne ricorderemo.
Ps: pubblichiamo il link di un video agghiacciante girato il 29 aprile che ci pare importante segnalare al sindaco vista la gravità di quanto accaduto

http://www.youtube.com/watch?v=PgBKjX-oswA

 

giovedì 2 maggio 2013

CLAMOROSO!!! Ad Avellino il presidente Anpi identificato dalla Digos!

Uno strano 25 aprile quello di Avellino, Dove il presidente provinciale dell'Anpi viene identificato dalla Digos.
Curiosità che meriterebbe qualche spiegazione, anche perchè il racconto di quanto avvenuto è abbastanza inquietante sul tasso democrazia dei dirigenti della polizia locale.
Ecco il racconto di Giovanni Sarubbi.
"Ho partecipato insieme ad una delegazione dell'ANPI Irpina, alla cerimonia ufficiale di commemorazione del 25 aprile. Eravamo in tre, io il presidente dell'ANPI e la figlia di un partigiano che fa parte del direttivo della sezione.
Avevamo una bandiera dell'ANPI ed una bandiera della pace. Io portavo la bandiera della pace, la figlia del partigiano quella dell'ANPI. Qualcuno delle associazioni combattentistiche presenti, che di solito occupano la scena in tali occasioni, ha fatto la faccia storta. C'è stato uno di loro che non voleva che io fossi vicino a lui con la bandiera della pace. Ad un certo punto un ufficiale dell'esercito mi è venuto vicino è mi ha detto:"Non voglio fare polemica ma lei non dovrebbe stare qui". Gli ho risposto:"Lei sta facendo polemica. Proprio lei, da soldato, dovrebbe dare valore alla bandiera della pace". Ha girato i tacchi e se ne andato. Abbiamo fatto tutta la manifestazione ma la bandiera della pace proprio non gli è andata giù.
La delegazione dell'ANPI, invitata ufficialmente dalla prefettura di Avellino, era posta proprio all'angolo di via Matteotti ad Avellino, dove si trova il monumento ai caduti e dove si è svolta la cerimonia di deposizione della corona di alloro, con minuto di raccoglimento del prefetto e del commissario del comune di Avellino. Io ero li a pochi passi, con la bandiera della pace in alto e ben visibile vicina a quella dell'ANPI.
Alla fine della manifestazione, a cui abbiamo assistito con il dovuto rispetto, siamo stati avvicinati da due funzionari della DIGOS che hanno chiesto i nostri documenti. E' stato così identificato il presidente dell'ANPI e la figlia del partigiano membro del direttivo ANPI provinciale. Io non sono stato identificato perché già noto e schedato dalla Digos. A nulla è valso il mostrare al funzionario della Digos che ci identificava, l'invito scritto della Prefettura. "Abbiamo ricevuto un ordine", ci ha dichiarato. Ci siamo fatti identificare (io ero già noto). Il presidente dell'ANPI ha protestato, sottolineando che era la prima volta che gli capitava una cosa simile in vita sua, e lui di anni ne ha già molti. Io oramai non ci faccio più caso.Da notare, nel discorso celebrativo della commissaria prefettizia di Avellino, la scomparsa di qualsiasi riferimento ai partigiani comunisti, che sono stati invece il nerbo di tutta la Resistenza, e persino di quelli cattolici. Sono stati citati solo gli azionisti, dando così una visione parziale e distorta della storia.
Anche i mezzi di comunicazione di massa dell'Irpinia, per lo meno quelli on-line, hanno accuratamente evitato di parlare dell'ANPI, invitata ufficialmente e presente con la sua bandiera. Anche dalle fotografie della manifestazione siamo stati cancellati, eppure eravamo li a pochi passi dal monumento ai caduti.
Brutto segno quando si censurano l'ANPI, la sua bandiera e la bandiera della pace, in una manifestazione che ricorda la Liberazione dal nazifascismo del nostro paese, quella Liberazione che ha poi dato vita alla nostra Repubblica.
Mi ha fatto impressione, infine, vedere giovanissime ragazze in divisa militare portare pesanti fucili mitragliatori per i saluti militari. Fa impressione vedere le donne, che sono la fonte della vita, imbracciare strumenti di morte e distruzione. E' questa l'aberrazione, a cui è giunta la violazione costante della nostra Costituzione, da parte dei governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni, a cominciare dall'art. 11 e dall'art. 1, quello che fonda sul lavoro la nostra Repubblica, ma poi non sa offrire altro ai nostri giovani che il vecchissimo e orribile mestiere delle armi. Giovani mandati a morire in guerre che la nostra Costituzione proibisce.
Ed è proprio la Costituzione che poi, per un paio d'ore, abbiamo distribuito per il corso principale di Avellino, ricevendo apprezzamenti ma riscontrando anche sfiducia e critiche sulla sua non applicazione con la condanna netta per quanti, nelle istituzioni ai suoi massimi vertici, non la applicano o la tradiscono apertamente".

4 Maggio 1944 : eccidio di Sant'Angelo di Arcevia



L'eccidio di Monte Sant'Angelo fu una strage nazi-fascista compiuta il 4 maggio 1944 sul Monte Sant'Angelo, nel comune di Arcevia (Ancona), nella quale vennero uccisi 63 tra civili e partigiani italiani.
L'eccidio venne perpetrato da truppe nazi-fasciste per combattere le azioni partigiane che in quegli anni realizzarono importanti vittorie. Sottolineiamo che anche decine di prigionieri stranieri, soprattutto jugoslavi, fuggiti dopo l'8 settembre dal campo di concentramento di Arezzo, raggiunsero a piedi Monte sant'Angelo trovando ospitalità presso alcune famiglie. Molti di questi prigionieri poi andarono a raggiungere le formazioni partigiane in montagna. Se oggi Arcevia e Ribnica (cittadina della Slovenia) sono unite da un Patto di Amicizia, consacrato ufficialmente nel gemellaggio del 1972, si deve proprio alla lotta partigiana condotta insieme contro il comune nemico nazi-fascista e per gli stessi ideali di libertà, di giustizia sociale e di pace.
Favorirono il sorgere e lo svilupparsi della lotta partigiana sia la natura montagnosa del territorio, cosparso di spesse boscaglie di querce, di pino e di altri alberi, sia soprattutto le tradizioni patriottiche e progressiste radicate nella sua popolazione e risalenti al primo Risorgimento e agli anni immediatamente successivi alla fine della prima grande guerra mondiale. Questi sentimenti di patriottismo e di emancipazione politica rimasero sopite, ma non cancellate nella coscienza degli arceviesi durante il ventennio fascista.
Furono proprio queste caratteristiche a determinare la piena adesione di gran parte della popolazione e, in particolare, dei contadini alla lotta della Liberazione Nazionale. Ben presto le case coloniche diventarono caserme e le sedi dei comandi militari e partigiani; le stalle, i fienili e le capanne si trasformarono in dormitori; le loro povere dispense diventarono le fonti principali del sostentamento dei combattenti per la Libertà. I contadini preferirono dare quel poco che avevano ai partigiani, piuttosto che versare agli ammassi determinate quantità di derrate alimentari anche con il rischio di forti minacce per questa loro inadempienza.
Per questo pieno appoggio dei contadini alla resistenza decine di case coloniche furono date alle fiamme e molti di loro persero la vita per aver dato alloggio ai partigiani. Il 24 dicembre 1943 divenne operativo il primo raggruppamento partigiano a Monte S.Angelo, composto inizialmente di 18 uomini, armati di moschetto, di fucili da caccia e di qualche bomba a mano.
Il 20 gennaio del 1944, il gruppo attaccò la caserma dei carabinieri e militi di Montecarotto, al solo scopo di impadronirsi delle armi ma per il rifiuto opposto dal comandante della caserma, fu aperto il fuoco e due militi rimasero uccisi; riportarono ferite anche due partigiani. Dopo questa azione il comando del gruppo “S.Angelo” passò al partigiano Domenico Biancini a causa di una malattia del comandante Attilio Avenanti.
Il 2 febbraio 1944 alcuni partigiani del gruppo “S.Angelo” si unirono alle formazioni partigiane del fabrianese per dare l’assalto ad un treno fermo nella stazione di Albacina, carico di 720 giovani, prelevati in diverse città d’Italia per essere deportati in Germania. Ne nacque una violenta sparatoria contro la scorta del treno e nel combattimento due partigiani rimasero uccisi, ma l’operazione riuscì nel suo intento di liberare quei giovani. Anzi uno di questi, Bollati Luigi di Milano, entrò poi a far parte del gruppo partigiano locale.
Il 6 febbraio 1944 il gruppo “S.Angelo” si portò presso il deposito di armi e di equipaggiamenti vari del presidio fascista di Arcevia e si impadronì di cinque moschetti, di munizioni varie, di coperte e cappotti. Prelevò anche alcuni quintali di sale che in gran parte venne distribuito alla popolazione. Sempre in questo periodo vennero perquisite alcune abitazioni di fascisti e un deposito di armi nella stazione ferroviaria di Senigallia. Questa operazione fruttò il seguente bottino: 6 fucili mitragliatori, 60 moschetti, una mitragliatrice pesante, 3 casse di bombe a mano e di munizioni varie. Con questo materiale bellico è stato possibile armare più adeguatamente il gruppo “S.Angelo” che intanto si andava sempre più arricchendo di nuovi elementi. Dopo due attacchi alla posizione tenuta dal gruppo S.Angelo da parte dei militi della Guardia Nazionale Repubblicana di stanza a Cabernardi, il 17 aprile 1944 venne effettuato l’assalto al presidio fascista, posto a guardia della miniera di zolfo di Cabernardi. La sorpresa e la buona conduzione portarono al pieno successo. Tutto il presidio composto in quel momento di 13 militi si arrese. La baracca che serviva da dormitorio al presidio venne bruciata; mentre un milite fascista rimasto ferito nello scontro venne ricoverato all'ospedale di Arcevia, gli altri militi furono portati al Monte Sant'Angelo dove furono tenuti prigionieri sotto stretta sorveglianza. Abbondante è stato il bottino di guerra: 4 mitra “Beretta”, un fucile mitragliatore, 7 moschetti, mezza cassa di bombe a mano, una cassa di munizioni e una pistola. Nel pomeriggio dello stesso giorno circa 50 fascisti armati sopraggiunsero nella zona del Monte Sant'Angelo per attaccare il gruppo e liberare i camerati prigionieri. Allertati dalle sentinelle, i partigiani si predisposero a una pronta difesa adottando la tecnica dell'accerchiamento. Dopo un'ora e mezza di sparatoria, i fascisti si sganciarono e ripiegarono in fuga precipitosa portandosi dietro alcuni feriti; da parte partigiana non si ebbe a subire alcuna perdita.
Il 27 aprile 1944 lungo la strada Arcevia-Sassoferrato venne bloccata una pattuglia fascista a bordo di una moto “Alce”. I due militi vennero fatti prigionieri e portati a Monte S.Angelo, venne sequestrata la moto, due mitra e una pistola. Nello stesso giorno venne catturata una spia fascista in possesso di una pistola e passata per le armi. Praticamente tutto il vasto territorio del Comune era sotto il controllo dei partigiani. Questa situazione aveva così allarmato e gettato nel panico il presidio fascista di Arcevia, le autorità repubblichine e i collaboratori civili dei nazi-fascisti da indurli a richiedere rinforzi alle SS tedesche per una lezione esemplare e radicale alle forze partigiane. Il comando partigiano in previsione di questo rastrellamento, impartì l’ordine al gruppo “S.Angelo” di dividersi in gruppi e di portarsi in tre direzioni diverse; uno in località S.Donnino di Genga, un altro in località Avacelli di Arcevia e il terzo in località Colonnetta di Serra de’ Conti. A Monte S.Angelo dovevano rimanere soltanto pochi partigiani a bada dei prigionieri fascisti, pronti a fuggire alle prime avvisaglie dell’azione nemica. Ma un fatto sconcertante si verificò nella tarda serata del 3 maggio 1944. Una formazione partigiana, proveniente da Vaccarile di Ostra al comando di Manoni Onelio, già brigadiere dei carabinieri, nell'ambito di una riorganizzazione di tutte le forze partigiane locali doveva raggiungere San Donnino, ma giunta in camion a Montefortino decise di fermarsi al Monte Sant'Angelo, dove si unì a quei pochi partigiani, rimasti a guardia dei prigionieri fascisti e, per la stanchezza dello spostamento, decise di pernottare nella casa colonica.
Alle prime luci dell’alba del 4 maggio 1944 circa duemila soldati tedeschi e fascisti con autoblinde, cannoni, mortai e lanciafiamme hanno dato l’assalto al Monte S.Angelo. Nei pressi della casa colonica si accese una cruenta ed impari battaglia tra le soverchianti forze nemiche ed i pochi partigiani che spararono fino all’ultimo colpo. Soltanto alcuni partigiani riuscirono a rompere l’accerchiamento e a mettersi in salvo; tutti gli altri, compresi sette componenti della famiglia Mazzarini e tre partigiani jugoslavi persero la vita nel combattimento. Nemmeno la piccola Palmina, stretta tra le braccia della mamma, venne risparmiata dalla furia nazi-fascista che, nella furia della battaglia, colpì  anche i prigionieri fascisti. Dopo aver portato a termine il massacro di Monte S.Angelo, i nazi-fascisti si portarono a Montefortino, dando la caccia al partigiano di casa in casa. Vennero presi undici partigiani, i quali, dopo essere stati denunciati, punzecchiati con le baionette, torturati ed alcuni anche evirati, vennero fucilati e i loro corpi gettati in un fosso. Altri sette partigiani, fatti prigionieri in varie località del territorio comunale furono portati sotto le mura di S.Rocco di Arcevia e alla presenza della cittadinanza, costretta ad assistere, vennero fucilati. Nei giorni successivi vennero fatti prigionieri altri settanta giovani arceviesi e condotti nel campo di concentramento di Sforzacosta (Macerata). Molti di questi riuscirono a fuggire, ma gli altri vennero condotti in Germania nei campi di concentramento. Due di loro: Carboni Luigi e Santini Giorgio morirono nei lager nazisti. I rastrellamenti nazi-fascisti causarono nell’animo dei partigiani un senso profondo di sgomento e di amarezza per la perdita di tanti compagni di lotta, ma non certamente la disperazione ed il cedimento; anzi una grande volontà di continuare la lotta fino in fondo. Infatti il 17 maggio 1944 tutti i partigiani superstiti si portarono nella macchia di Fugiano, posta tra Castiglioni e Avacelli e lì, assieme ai comandanti di zona, si decise di dar vita a due nuove formazioni partigiane: al distaccamento “Patrignani” e la distaccamento “Maggini”. La guerriglia così riprese ben presto con maggiore slancio, con più rapidità di movimenti e con più efficacia di colpi inferti al nemico.

2 Maggio: Caduta di Berlino. I soldati sovietici issano la bandiera rossa sul Reichstag



Ogni data storica va giustamente e debitamente ricordata. E quella di oggi è sicuramente una di quelle date che ha fatto epoca. L' Armata Rossa guidata magistralmente da Georgij Konstantinovič Žukov (dopo aver spazzato via i nazisti da Stalingrado) conquista Berlino e, proprio oggi, issa sul Reichstag la nostra gloriosa e splendente Bandiera Rossa!
Consideriamo questo evento come molto rilevante anche sul piano pratico, perché oltre a sconfiggere definitivamente la Germani nazista, la Russia di Joseph Stalin lancia al mondo intero un chiaro e semplice messaggio.
Con il socialismo si vince! Una patria che fino agli anni '20, intrisa di capitalismo, imperialismo e  analfabetismo in una percentuale altissima (98% del totale della popolazione russa!) dimostra come lo stato Sovietico, operaio e contadino, sia potuto divenire una potenza mondiale, guida di tutti i lavoratori del mondo e faro nella notte buia da seguire per raggiungere appieno la Liberazione dal più sfrontato imperialismo.
In Italia i festeggiamenti del 25 Aprile non si sono ancora placati che già un nuovo motivo di festa rallegra, riempie i cuori di ognuno (anche dei non-comunisti) ed esalta i compagni/e del Partito Comunista Italiano facendoli sentire orgogliosi grazie a questo grande successo.
Guardiamo dunque a questo evento come uno tra i più importanti degli anni duri della guerra. Guardiamo ad esso come alla fine di un incubo, che ha costretto milioni e milioni di persone alla fame ed alla morte nei campi di sterminio nazista o fucilati sul posto da soldati della morte al soldo di un pazzo criminale.


Grazie Stalin!


Onore e gloria all'Armata Rossa!